La storia di Giovanni Brusca, dal vertice della cupola al pentimento

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La notizia della scarcerazione dell’ex boss di San Giuseppe Jato, che grazie ai benefici di legge riconosciuti ai pentiti ieri ha lasciato il carcere romano di Rebibbia per fine condanna, ha scatenato prevedibili polemiche. Ripercorriamo la sua storia.

Figlio del boss Bernardo Brusca della Famiglia di San Giuseppe Jato, Giovanni entrò a fare parte della cosca del padre nel 1976, ad appena 19 anni, dopo avere compiuto un omicidio su commissione per conto dei Corleonesi. All’interno dell’organizzazione mafiosa all’epoca era uno dei componenti di un gruppo di sicari senza scrupoli che prendevano ordini direttamente dal “capo dei capi” Totò Riina. Nel 1977 ha preso parte all’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Sei anni più tardi prese parte alla preparazione dell’autobomba impiegata per eliminare il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta.

Latitante dal 1991, quando l’anno successivo il clan dei Corleonesi iniziò a fare la guerra contro lo Stato, la sua importanza all’interno del gruppo crebbe notevolmente. Fu lui a preparare e dirigere la strage di Capaci, premendo personalmente il pulsante del radiocomando che fece deflagrare le cariche di tritolo che uccisero il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Brusca prese parte anche all’esecuzione di Ignazio Salvo, influente mafioso della cosca di Salemi, che aveva in appalto la riscossione dei tributi in Sicilia ed era esponente della Democrazia Cristiana. Salvo fu eliminato per non essere riuscito, mediante le sue influenze politiche, a modificare le sentenze di condanna comminate a numerosi esponenti della mafia siciliana.

Quando nel gennaio del 1993 Riina finì dietro le sbarre, Brusca insieme ai boss Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e ai fratelli Graviano era favorevole a continuare con la “strategia degli attentati dinamitardi” che nel 1993 insanguinarono Firenze, Milano e Roma provocando 10 vittime e 106 feriti. Il sodalizio nel novembre 1993 decise inoltre di sequestrare Giuseppe Di Matteo, figlio 12enne del boss Santino Di Matteo, colpevole di essersi pentito e avere iniziato a collaborare con la giustizia. Il bambino fu mantenuto sotto sequestro per più di due anni, quando nel gennaio del 1996 fu ucciso mediante strangolamento ed il suo cadavere disciolto nell’acido, per eliminare ogni traccia. Secondo quanto ricostruito dalla Giustizia, sarebbe stato Brusca a ordinare l’uccisione con le parole “alliberateve de lu cagnuleddu”, espressione dialettale che significa “liberatevi del cagnolino”. Durante la sua carriera criminale Brusca è ritenuto il responsabile di 150 omicidi, così tanti che avrebbe ammesso di non ricordarsi nemmeno i nomi di tutte le vittime.

L’arresto di Brusca

Le incessanti indagini condotte dalle forze dell’ordine, con l’ausilio delle rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia, fecero stringere sempre di più il cerchio intorno al boss, che dopo essere sfuggito alla cattura nel gennaio 1996, fu arrestato il 20 maggio dello stesso anno in via Papillon, contrada Cannatello, una frazione balneare di Agrigento. Si nascondeva all’interno di una villa, insieme al fratello. Quando i poliziotti fecero irruzione, trovarono i due uomini intenti a guardare un film dedicato al giudice Falcone trasmesso da Canale5. Al blitz prese parte un ingente dispositivo, composto da alcune centinaia uomini e decine di mezzi.

Il pentimento

Brusca poco dopo l’arresto iniziò a mostrarsi collaborativo con i giudici, ma inizialmente le sue dichiarazioni miravano a proteggere i propri sodali, rivolgendo accuse e addebitando responsabilità solo ai suoi nemici. Una strategia che fu scoperta dai magistrati, e che in seguito fu confessata dallo stesso Brusca. Da li in poi rese altre testimonianze, ritemute attendibili, e le sue dichiarazioni portarono all’arresto e alla condanna di decine di esponenti della mafia. Le confessioni valsero a Brusca consistenti sconti di pena, evitando l’ergastolo sia per l’attentato di Capaci che per il sequestro e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo. Per i due episodi fu condannato rispettivamente a 27 e 30 anni di reclusione. Essersi pentito gli valse anche una riduzione a 26 anni della condanna all’ergastolo comminata per l’omicidio di Ignazio Salvo.

Nella giornata di ieri, 31 maggio 2021 Brusca è stato rilasciato dal carcere di Rebibbia per fine pena, dopo aver scontato 25 anni di reclusione.

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