Ecatombe Amazzonia: oltre 10mila specie animali e vegetali rischiano l’estinzione

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Se non viene fermata immediatamente la deforestazione – che da quando Bolsonaro è salito al potere è aumentata – oltre 10mila tra specie animali e vegetale sono destinate a sparire.

Della necessità di fermare la deforestazione e la devastazione dell’Amazzonia ne sentiamo parlare ormai da decenni, ma niente di concreto è stato fatto, e anzi nel 2020 la situazione è persino peggiorata considerevolmente. Nonostante la pandemia lo scorso anno sono andati distrutti oltre 11mila chilometri quadrati di foresta, il picco più alto dal 2008 ad oggi. La presidenza Bolsonaro in questo ambito ha evidenti ed innegabili responsabilità, ma è necessario evidenziare come anche i suoi predecessori non abbiano fatto niente per cambiare la situazione, e anzi nel 2012 la presidente Dilma Rousseff ha indebolito le leggi che regolano l’abbattimento massivo di alberi.

Ora però stiamo raggiungendo il punto di non ritorno. Oltre 2300 specie animali e 8mila vegetali sono destinate inesorabilmente all’estinzione a causa della deforestazione in atto. La deforestazione ha ridotto del 18% l’ecosistema, mentre un ulteriore 17% risulta degradato. E’ quanto emerge dalla bozza di un approfondito studio, del quale l’agenzia di stampa Reuters ha fornito delle anticipazioni.

Il rapporto è stato realizzato dallo “Science panel for the Amazon” (SPA) e mette insieme gli studi effettuati da 200 ricercatori di tutto il mondo, i quali illustrano in modo dettagliato la situazione in cui versa attualmente il “polmone della Terra”, le conseguenze dei danni prodotti dall’uomo fino ad oggi, ed i rischi a cui andremo incontro se non interrompiamo immediatamente questo trend. Lo studio sottolinea inoltre l’importanza cruciale dell’Amazzonia nella regolazione del clima.

La deforestazione sta compromettendo anche la capacità della foresta di assorbire anidride carbonica, in un contesto in cui la questa trattiene circa 200 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, una quantità pari alle emissioni che avvengono a livello mondiale in cinque anni. Uno studio internazionale che vede tra i principali autori la connazionale Luciana Gatti, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature pochi giorni fa rivela che alcune aree dell’Amazzonia stanno rilasciando più carbonio di quello che riescono ad assorbire, a causa degli incendi, ma anche dell’incremento della mortalità delle piante riconducibile alla siccità e all’aumento delle temperature.

Siamo al punto di non ritorno

Se vogliamo salvare uno degli ecosistemi più importanti del pianeta e le forme di vita animali e vegetali che racchiude in sé, secondo lo “Science panel for the Amazon” è necessario non “ridurre”, bensì interrompere completamente la deforestazione. La situazione è tale che non è più sostenibile tagliare un solo chilometro quadrato di foresta. Oltre a questo, è necessario impegnarsi per riparare, almeno in parte, gli ingenti danni prodotti, investendo risorse nel recupero delle aree degradate.

Un bel problema, se consideriamo che – come ha affermato l’ex presidente colombiano Juan Manuel Santos, rimasto in carica dall’agosto 2010 all’agosto 2018 – “in Sudamerica non c’è la volontà politica di agire“, nonostante i primi a pagare il prezzo della devastazione siano proprio i paesi dell’America latina. In Brasile per esempio l’agricoltura sta subendo enormi danni a causa della siccità, che deriva proprio dalla riduzione delle aree verdi.

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